Testimonianza di Francesco

3 Lug, 2024

Pubblichiamo la testimonianza condivisa da Francesco durante la Manifestazione Nazionale per la Vita di sabato 22 giugno 2024 a Roma

ESSERE PER LA VITA SIGNIFICA ESSERE INCLUSIVI

Popolo della Vita! Siete bellissimi! Ringrazio gli organizzatori dell’evento per l’occasione che mi hanno dato per dire quanto è bella la Vita! Voi lo sapete e non credo che la mia storia vi farà cambiare idea, ma sono certo di darvi un nuovo sussulto di Amore per la Vita.

Voglio invece rivolgermi a voi che vi dite per la scelta, che vi professate tutori dell’autodeterminazione. No, non vi voglio tediare con la retorica, quella che vi aspettate.
Io ammiro la vostra profonda sensibilità, la vostra determinazione, la vostra sincerità e l’attenzione che vorreste dimostrare verso le minoranze inascoltate. Ebbene, io sono qui su questo palco: un allogeno e disabile, uno che ha imparato ad accettare gli sguardi curiosi della gente per l’uno e l’altro motivo e che usa come arma di autodifesa l’autoironia (i miei amici lo sanno bene).
Mi direte: “che ci fai lì? Soffri della sindrome di Stoccolma? Che ci fai in mezzo a gente che vuole negare i diritti più elementari a chi è diverso da loro?”. Non è affatto così! Piuttosto: perché non venite qui ad ascoltarci? Guardate che non vi mangiamo e non vi vogliamo togliere o negare nulla. Guardateci, ascoltateci, non solo oggi, ma tutti giorni, ma soprattutto osservateci.
Se ci sono donne e uomini che si accorgono degli ultimi e delle persone emarginate, queste stanno qui; se ci sono persone che sono davvero abituate ad accogliere le storie più strampalate e drammatiche, esse stanno proprio qui.

Concedetemi di usare il vostro linguaggio: non c’è nulla di più anti-borghese di vedere, riconoscere ed accogliere una persona che ha perso tutto e che a malapena sa il proprio nome. Nulla di più stravagante (queer) e anti-capitalistico di fare posto ad una persona con disabilità: in proposito, richiamo alla mente “l’elogio dell’imperfezione” dell’immensa Rita Levi Montalcini (uscita all’esame di maturità di quest’anno), in cui la Premio Nobel evidenziava come spesso la bellezza della vita passi proprio attraverso le imperfezioni.
Infine, non c’è nulla di più bello che dire “sì” ad un bambino e donargli molto più di una caramella, molto più di un giocattolo, più della possibilità di studiare: l’occasione per rinascere.

Io ero questo bambino: senza radici, con un nome ricevuto da una suora – un nome, Anup, che da appena adottato odiavo (e preferivo, in modo stizzito, quello che porto tuttora, Francesco), ma che ora mi è caro, come mi è caro il ricordo del bimbo che ero –, con una disabilità congenita molto importante, che mi ha cagionato e mi fa vivere sofferenze e disagi molto forti, ma che al contempo è la ragione per cui io sono qui e non altrove: alle coppie indiane dell’epoca non piacevano i bimbi con disabilità. Beh, grazie alla legge 194 probabilmente sarei stato eliminato e non vi avrei nemmeno scomodato con la mia storia.

Posso considerarmi anch’io una minoranza da tutelare? Decisamente sì! Io conosco, seppur in modo diverso, quanto un immigrato o una persona LGBTQ+ cosa significa sentirsi diverso, emarginato e profondamente solo.
Allora perché sono su questo palco e non c’ero sabato scorso sui carri coloratissimi del Pride?
Perché è qui che ho conosciuto l’Amore: l’amore che sono due occhi semplici e senza pretese di una suora riservata che quando avevo 16 anni – in una scena da romanzo – mi ha raccontato i miei primi giorni di vita e i primi anni (quelli che la mia memoria aveva rimosso per proteggersi, che solo dopo quell’incontro hanno ricominciato a riemergere); nella premura costante ed eroica di mamma e papà, che si sono fatti carico di me – un orfano e disabile allora di 6 anni –, quando loro avevano già preso in affido due ragazzi (i miei fratelli, che venivano a loro volta da una storia assai dura).
Per me mamma e papà hanno lottato, mi hanno tirato fuori dagli angoli in cui mi andavo ad isolare – ogniqualvolta ciò che mi differenziava mi faceva soffrire –, mi hanno dato un’identità, delle radici: la possibilità di dire “mamma”, abbracciando la donna che mi è più cara al mondo, e di correre felice chiamando “papà” l’uomo che più mi è caro al mondo, un uomo così diverso da me, ma che mi ha insegnato con la sua profonda sensibilità e la sua fermezza ad essere l’uomo che oggi sono io stesso; un uomo spesso malfermo, pieno di insicurezze e di cicatrici, ma pieno anche di determinazione e di voglia di vivere, di sperimentarsi e di essere resiliente.

A proposito: voi che direte che soffro della sindrome di Stoccolma, voglio dirvi col cuore in mano una cosa. Io SO cosa significa non avere una madre, SO cosa significa non avere un padre: quella familiare e terribile sensazione di essere come sospesi, di guardare tutto e tutti come attraverso una patina d’indifferenza, quella con cui mi sentivo guardato e con cui io stesso guardavo. A me è difficile dire “a te cosa importa?” o “eh, ma tu che ne sai?”.
Oggi leggo quel mio stesso dolore, seppur con sfumature diverse, negli occhi di tanti ragazzi che, per un motivo o per l’altro, hanno perso uno od entrambi o che li vedono col contagocce, a partire da ragazzi a me vicini per motivi di parentela. Non giudicherò nessuno – siamo umani: “chi è senza peccato scagli la prima pietra” –, ma quei ragazzi vivono dentro il dolore di una frattura, il vuoto di uno od entrambi i genitori che non vedono più e assorbono come spugne le emozioni e i sentimenti questi vivono, proiettandoli su di sé, sentendosi terribilmente sbagliati.
Vi parla il bambino orfano, impotente nel cui sguardo vacuo, spaesato e disperato vi erano i perché a cui nessuno poteva dare risposte e lui lo sapeva. Voi, che producete in laboratorio ed acquistate i figli o che andate a fare pratiche di adozione o di fecondazione assistita per avere “mio figlio” (che mi ricorda tanto il “mio tesoro” di Gollum) fate che negli occhi di quei bambini e poi di quei ragazzi non si trasformino da impotenti a pieni d’ira, perché avranno trovato in voi le persone che devono loro delle risposte. Fate che, pur subendo la frustrazione di ragazzine e ragazzini che stanno, con difficoltà doppia, costruendo la propria identità, vi scoprano infine incolpevoli o pentiti del male che avete fatto loro. Posso assicurarvi che non è facile, neanche quando si è realmente incolpevoli…
Ora vi parlo da uomo adulto, con la mia bella laurea – conquistata con una fatica immensa, anche grazie al sostegno materiale e psicologico della mia famiglia, delle persone che loro mi hanno messo attorno, degli amici e delle persone che ho avuto il dono d’incontrare –, vi parlo da giovane adulto che porta sulle proprie spalle il vissuto raccontate: non chiamiamo i figli “un diritto”, ma impariamo tutti insieme a fare un passo indietro, se questo è per il loro bene – a tutela del “superiore interesse del minore”, che è l’unico principio che conta –, o a fare un passo in avanti se possiamo fare qualcosa. Il popolo della Vita qui davanti questo è. I miei genitori non hanno mai pensato di “avere diritto ad un figlio”, ma nel dolore indicibile dell’infertilità, hanno scoperto una fecondità nuova, diversa, dannatamente difficile: tutt’ora portiamo delle ferite non comuni nella famiglia. Ne è valsa la pena? Sì. Se ci doveste incontrare un giorno, leggereste questa risposta nei nostri volti.

E allora accogliamo gratuitamente e con gratitudine tutte le vite! Non abbiamo paura! Dirò un segreto: non dobbiamo per forza farcela da soli! La frase più bella che avrete ascoltate e che potrete mai dire a qualcuno è “io sono qui per te”.
Se invece di urlare contro noi pro-life, interrompere le nostre attività e imbrattare serrande, ci ascoltaste e ci guardaste per davvero senza filtri, scoprireste che forse piacerebbe anche a voi dedicarvi agli ultimi, a tutti gli ultimi. Forse potreste pensare che, invece di accompagnare quella vostra amica a fare l’IVG, potreste sostenerla, aiutarla, creare intorno a lei e alla nuova vita una rete di relazioni in cui la mamma con quella vita – unica e irripetibile – potrebbero incontrare donne e uomini felici di vederla e in grado di accoglierla. È meraviglioso tanto quanto è difficile. Ne varrà la pena? Sì, ve lo assicuro.

Sì, ve lo sta dicendo quello che è stato un bambino lasciato in orfanotrofio, fratello di un uomo ed una donna che non era scontato che ci fossero e che divenissero l’uomo e la donna che sono oggi; potrei raccontare altre storie di cui sono stato testimone, ma mi fermo. Perciò so benissimo come possono andare le cose e non credo a favole campate per aria, ma alla forza dell’Amore, che non è quella roba delle canzonette che ascoltiamo alla radio. Ma è proprio pensando a quel piccolo bimbo denutrito e disabile lasciato alle suore 30 anni fa – e agli altri bambini che poi ho conosciuto e la cui vita non era scontata – che vorrei che tutte le nostre energie fossero volte a realizzare una società più inclusiva e capace di ascolto per tutti, ma proprio tutti, pure per i tanti Anup che ci sono in tutta Italia e in tutto il mondo, su cui nessuno scommetterebbe una lira.

Coltiviamo la Speranza ed alimentiamola. “Iniziamo col fare ciò che è necessario, poi ciò che è giusto; ad un certo punto ci ritroveremo a fare l’impossibile” diceva Francesco d’Assisi, a cui devo il mio nome. Viva la Vita!

 

 

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